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“Un anno diverso dagli altri visto dal Museo”

di Elena Facchino, Direttrice del Museo Paleontologico

 

 

È passato un anno da quando il Museo Paleontologico dell’Accademia Valdarnese del Poggio ha svolto l’ultimo laboratorio in presenza con una classe; un anno da quando il personale ha dovuto immediatamente richiudere le porte appena aperte di una domenica apparentemente uguale alle altre.

 

In questi 12 mesi abbiamo vissuto tutti emozioni e situazioni inaspettate, di grande incertezza, di paura e disorientamento, di stanchezza, di disillusione, di preoccupazione e, perché no, speranza. Altalena di pensieri e stati d’animo che accompagnano ancora adesso tutti noi, in tutto ciò che facciamo. Tutti alle prese con il si apre, si chiude, ci si sposta, non ci si sposta più, questo si può fare sì, ma non come prima, questo non si può fare ancora…

Biblioteche, archivi e musei sono al centro di dibattiti che vanno avanti da mesi e che hanno fatto emergere criticità politiche non da poco. Come fossero cenerentole nel calendario dei problemi nazionali da affrontare. Come se frequentare questi luoghi fosse secondario nella vita delle persone, e dunque sacrificabile. O come se forse, siccome si tratta di settori che propriamente non reggono l’economia italiana, fosse meglio supportarli con ristori etc.

 

Eppure. Eppure anche i musei hanno le loro economie, hanno i loro introiti: dalla bigliettazione, alle vendite, ai servizi che offrono ai visitatori o alle famiglie. Eppure i musei sono luoghi tra i più sicuri, dove i protocolli sono stati adottati da subito con grande scrupolo e attenzione, dove il distanziamento è controllato e assicurato, dove solitamente le cose esposte non si toccano neppure. Eppure nei negozi si può andare, e nei musei no.

Allora. La situazione non è facile, e ha evidenziato la grande differenza fra musei grandi (pochi) e musei piccoli (tanti), fra musei pubblici (tanti) e musei di natura giuridica privata (pochi).

A questo punto raccontiamo di come questo anno è stato affrontato da uno dei tanti musei piccoli e fra i pochi di gestione privata, che ci è molto vicino: il Museo Paleontologico dell’Accademia Valdarnese del Poggio.

 

Cosa è cambiato nel nostro Museo

 

La chiusura totale di un anno fa ha colto tutti davvero impreparati. Il museo aveva inaugurato da solo due mesi l’allestimento di Otello, il fossile di Mammuthus meridionalis recuperato al Tasso nel 2017; la mostra dedicata a Marianna Paulucci, donna di scienza e figlia del fondatore del Castello di Sammezzano sarebbe stata aperta fino a fine marzo; fino a maggio inoltrato ogni giorno le scolaresche avrebbero animato le sale del museo… e poi la buonanotte al museo, i laboratori domenicali per le famiglie…

Improvvisamente le porte si sono chiuse, nel disorientamento generale. Niente più persone dentro la struttura, dove sono rimasti in solitudine sospesa centinaia di fossili, di reperti archeologici, migliaia di libri antichi e moderni e di dischi in vinile. Buio e silenzio. Senza persone, i patrimoni sono morti. Nei mesi di chiusura è stato necessario in primo luogo controllare costantemente lo stato di conservazione del patrimonio ma anche l’integrità della struttura.

 

Ma il museo non è solo collezioni da conservare e tutelare. Il museo ha il compito di far conoscere il proprio patrimonio perché il cittadino possa sentirlo suo e possa trarne occasione di crescita e benessere. Quindi, il rapporto stretto con il pubblico che il Paleontologico ha maturato nel corso degli anni attraverso le sue attività non poteva rischiare di andare perduto. E allora la strada per continuare a far vivere questo contatto con la comunità è stata la comunicazione social, sono stati Facebook e Instagram, per raccontare aneddoti, collezioni, personaggi, proporre laboratori per bambini e interagire con tante persone affezionate e tante nuove. E così hanno fatto numerosi altri musei in tutto il mondo, in un crescendo di seguaci e followers. In molti hanno trovato le iniziative culturali proposte attraverso i social un vero appiglio alle giornate disorientate o semplicemente si è trovato finalmente più tempo per dedicarsi a interessi che spesso rimangono indietro nella frenesia di tutti i giorni. Viene proprio da dire che la cultura, anche virtuale, in un certo senso è stata ed è salvifica.

 

Ma si sa, la presenza è un’altra cosa. Ecco perché appena è stato possibile, a giugno 2020, il Paleontologico ha riaperto subito le porte, ha programmato eventi all’aperto e ha organizzato i centri estivi. Per ben 5 settimane durante tutta l’estate, il chiostro di Cennano è stato frequentato da piccoli gruppi di bambini, che finalmente potevano stare insieme in sicurezza e tornare a una apparente normalità. Si sono visti anche turisti, al museo in estate, prevalentemente italiani come era facile immaginare. E’ stata la riscoperta dei borghi minori il filo rosso dell’estate scorsa. E in questa riscoperta il Museo Paleontologico, nonostante le difficoltà economiche, ci è voluto essere e si è fatto trovare.

 

Fossile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fino alla chiusura di novembre il programma, quindi, è potuto andare avanti, seppure necessariamente riadattato. E’ accaduto ad esempio per il Paleofest. Festival della preistoria, che nel 2020 ha assunto una veste più virtuale. Gli eventi infatti si sono svolti sia in presenza che in modalità streaming, per garantire proposte culturali in sicurezza.

 

Purtroppo ci sono anche i progetti rimasti sospesi, progetti importanti, per tante persone, e per i quali la modalità virtuale non è adatta. Sono quelle attività che hanno a che fare con l’inclusione. Solo per fare brevi esempi, i laboratori per persone con disturbo dello spettro autistico – il progetto M.I.R.A. Musei in Rete per l’Autismo, sono stati solo presentati, e ancora non realizzati. E così il progetto CAPISCO, la cui finalità è coinvolgere persone con varie forme di disabilità nella revisione dell’allestimento del museo, perché l’esposizione diventi davvero accessibile dal punto di vista cognitivo e sensoriale grazie a punti di vista nuovi. Tutto questo si è congelato, anche quando il museo ha potuto essere aperto al pubblico.

 

Da novembre le porte si sono chiuse di nuovo. Le difficoltà economiche, inutile nasconderlo, sono pesanti. A questo si aggiungono i colori delle settimane, che continuano a cambiare e a rendere la programmazione non proprio facilissima.

 

Eppure. Eppure segni di incoraggiamento ci sono: vengono dalle scuole, che scelgono i progetti on line, vengono da chi chiede quando riaprirà il museo, vengono dagli utenti della biblioteca che invece, secondo le disposizioni nazionali, può rimanere aperta; ma vengono anche dai soci dell’Accademia che grazie alle loro quote sociali o a donazioni generose sostengono l’istituzione… una istituzione che già di per sé è patrimonio culturale del Valdarno, prima ancora delle ricchezze che conserva e rende fruibili.

 

E allora. Allora non c’è che da andare avanti, in salita è vero, ma arricchiti da una esperienza che ci impone resilienza e innovazione, e ci chiede di riflettere sul ruolo del museo nel territorio e a servizio del benessere di tutti.