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“Pensare all’arte in tempo di pandemia. Memorie da secoli lontani negli spazi dell’Accademia del Poggio”

di Lorenzo Tanzini, Presidente dell’Accademia Valdarnese del Poggio

 

Era l’estate del 1348, e ormai da mesi la Peste stava infuriando nel Valdarno come in tutte le parti della Cristianità.

 

L’esperienza della morte, nelle case come nei luoghi pubblici, era diventata comune, e il destino dei propri familiari, come anche dei propri beni materiali, doveva essere una preoccupazione ricorrente. Anche per Cocchino di Arriguccio da Montevarchi, che il 7 agosto fece testamento davanti alla scrivania del notaio ser Lando di Fortino dalla Cicogna.

Nel disporre dei suoi beni, questo ignoto abitante del castello valdarnese volle innanzitutto pensare ai poveri, e quindi lasciò ai propri esecutori l’impegno di destinare il valore di metà di una casetta di sua proprietà nel castello di Montevarchi a una fanciulla priva di risorse, che così potesse sposarsi con una dote dignitosa. Volle poi onorare la comunità dei francescani di Montevarchi: il convento intitolato a San Lodovico, cioè il luogo che oggi ospita il Museo Paleontologico e gli spazi dell’Accademia del Poggio. Il testamento prevedeva che i frati ricevessero una parte dei beni di famiglia, in particolare una vigna nei dintorni del castello, ma con l’impegno a far dipingere nella chiesa del convento un affresco con le immagini della Madonna e dei santi. Non santi qualunque, perché Cocchino immaginava un lavoro pittorico piuttosto articolato: innanzitutto la Madonna con il Bambino, poi San Giovanni Evangelista e San Pietro, quindi San Michele Arcangelo, San Lorenzo (il titolare della chiesa maggiore di Montevarchi) e ovviamente San Francesco, insieme ad una scena dell’Annunciazione e ad altre figure di santi a scelta dell’artista.

Museo Paleontologico Montevarchi

Il documento che riporta questa donazione testamentaria, scoperto dalle ricerche d’archivio di un giovane studioso, Francesco Borghero, in un saggio per l’ultimo numero delle Memorie Valdarnesi, è il secondo più antico in cui si menzioni il convento di San Lodovico, dal cui chiostro ancora oggi i visitatori entrano nel nostro Museo. Sappiamo infatti che il convento era stato fondato nel 1327, per interessamento di figure importanti della curia papale di Avignone. Il convento venne intitolato a San Ludovico vescovo di Tolosa, fratello del re di Napoli beatificato poco prima, che il Comune di Firenze venerava con grande cura soprattutto per ragioni di alleanza politica con la casa regnante napoletana. Politica a parte, vent’anni dopo la fondazione del convento arrivava questa committenza artistica privata, anche se non sappiamo se e quando l’opera sia stata realizzata. Il testamento riporta però un dettaglio molto importante per la storia di tutto l’edificio, perché nel documento si specifica che il dipinto dovrà essere realizzato ”una volta terminato il tetto” della chiesa. A vent’anni dalla fondazione, insomma, i lavori di edificazione non erano ancora compiuti; come spesso accadeva le opere architettoniche avrebbero richiesto tempi lunghi: del resto il chiostro come lo possiamo vedere oggi venne completato solo nel 1471. Non sarà stato un caso, se proprio in tempi di carestia, poi di pestilenza, la copertura del tetto della chiesa fosse ancora immaginata al futuro. In ogni caso, le inquietudini di un tempo di sofferenze non alimentavano solo una muta disperazione: quello che la chiesa avrebbe ospitato grazie al testamento di Cocchino era un progetto pittorico certamente pieno di colori e di speranza.

 

Il suo esempio venne seguito molte volte nei decenni a seguire.  Con il suo testamento del 16 agosto 1388 agosto monna Clara figlia del fu Gherardo di Tura da Montevarchi moglie di Roccio del fu Dante lasciava alla chiesa dei frati francescani di Montevarchi un pezzo di terra a grano, chiedendo al convento di celebrare annualmente una messa in suffragio; lasciava anche un cero per la chiesa in onore di S. Ludovico dove sarà sepolta, ma soprattutto chiedeva di far dipingere nella chiesa la cosiddetta “cappella di sotto”, dove venivano sepolti i membri della sua famiglia, e a tal fine lasciava una cospicua donazione ai frati.

Museo Paleontologico Montevarchi

Nei momenti di crisi per le pestilenze, donazioni del genere si facevano più frequenti: ancora nell’anno 1400 Nanni del fu Piero di Bartolo Francucci donava alla Cappella di san Eustachio presso S. Ludovico un pezzo di terra, con l’obbligo al guardiano di celebrare dieci messe annue; nello stesso anno 1400 monna Cecilia del fu Francesco Benucci, vedova di Nuccerino di Francesco da Montevarchi, lasciava ai frati di S. Ludovico un pezzo di terra, con l’obbligo di edificare una cappella alla Santissima Annunziata presso la chiesa del convento, dove era già sepolto il defunto marito della donna. Non era un momento casuale per offerte del genere: proprio il 1400 aveva segnato in tutta la Toscana un momento di grande crisi per una fiammata di pestilenza a poco più di cinquant’anni dalla morte nera del 1348. E come si vede l’immagine piena di speranza dell’Annunziata, che avrebbe lasciato esempi illustri qualche decennio dopo nelle opere celeberrime del Beato Angelico anche a San Giovanni Valdarno, appariva la più consona per i gusti e le devozioni di questi testamenti. Ma il timore della morte non era solo un motivo immediato per le donazioni. L’esperienza di decenni sconvolti dalle pestilenze aveva insegnato una dolorosa lezione sulla fragilità dei nuclei familiari e dei patrimoni: falcidiate dalla peste, le famiglie rischiavano ad ogni generazione di sfaldarsi e perdere la propria identità. I luoghi di culto, gli altari e le cappelle private, specialmente con il loro corredo di immagini, avevano una forza simbolica di coesione destinata a durare nei secoli.

 

Gli spazi del chiostro di San Lodovico, della chiesa e delle sale del Museo ospitano ancora frammenti appena leggibili di dipinti di quell’epoca: tracce troppo deboli per essere riconosciute, ma che ci fanno pensare ai timori e alle speranze di quegli uomini e donne che ai drammi della pandemia vollero rispondere con la fiducia nella solidarietà, nell’arte e nella bellezza.

Museo Paleontologico Montevarchi