Storia

La storia del Museo Paleontologico

I reperti del pliocene nella zona del Valdarno

Dopo la fondazione dell’Accademia avvenuta sotto la reggente d’Etruria, Maria Luisa, Giacomo Sacchetti ottenne dalle nuove autorità francesi una sede nell’ex convento dei Francescani a Figline dove iniziarono a formarsi i nuclei della futura Biblioteca Poggiana e del museo Paleontologico. In particolare per quest’ultimo una felice combinazione di fattori ne sollecitò la nascita.

Innanzi tutto un approccio completamente nuovo che le ricerche promosse da Targioni Tozzetti suggerivano nei confronti di quell’immenso giacimento di fossili che si rivelava il Valdarno; quindi la donazione di una raccolta di fossili che il monaco vallombrosano Domenico Molinari aveva fatto al suo amico Sacchetti; ma soprattutto l’attenzione tutta particolare che le nuove autorità francesi andavano mostrando per gli Istituzioni culturali.

Subito Sacchetti invitò (1809) a Figline Georges Cuvier, che stava compiendo, su incarico di Napoleone in Italia, il suo viaggio di ricognizione e di riorganizzazione del sistema scolastico, perché prendesse visione dei numerosi reperti che erano ancora sparsi sul pavimento come gli comunicava nella sua lettera. Il nome di Cuvier, che fece subito un sopralluogo a Figline dove procedette ad una prima classificazione dei fossili, rimarrà da allora in avanti come un prestigioso marchio d’origine esibito nella lunga storia del Museo.
Nei decenni seguenti il Museo, ormai ospitato nella nuova sede di Montevarchi e aperto al pubblico nel 1829, andò incrementandosi con nuove acquisizioni incoraggiate dai premi in denaro che l’Accademia attribuiva ai contadini che segnalavano i ritrovamenti.

Questo incremento di materiali andava di pari passi con lo svilupparsi di una cultura che dalla semplice curiosità o dalla mera conservazione, si evolveva verso percorsi di studio e verso una nuova accezione del bene culturale come bene fruibile da parte di tutta una comunità. Nos damus populo! esclamerà l’allora Segretario Francesco Martini contrapponendo le strategie del Museo alla prassi del collezionismo privato.

Prova di questo atteggiamento “aperto” sono i rapporti (talvolta anche conflittuali) che andarono sviluppandosi con soggetti consimili, ma anche la frequentazione continua di studiosi eminenti di ogni parte del mondo (dal Brocchi, al Falconer, al Major tanto per citare alcuni dell’800) a Ristori, D’Ancona, Capellini che resse l’Accademia per circa trent’anni, fino alla visita recentissima (settembre 2014) di una delegazione internazionale di paleobotanici proveniente dal Congresso di Padova. (G.T.)