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Dante Alighieri

“Dante: una Commedia illustrata”

Storie e meraviglie di un tesoro librario

 

di Lorenzo Tanzini, Presidente dell’Accademia Valdarnese del Poggio

 

 

Una versione integrale di tutta la Divina Commedia, accompagnata dalle note di un grande studioso e da decine di incisioni originali che illustrano le tre Cantiche, nella maggior parte elegantemente colorate per rendere viva e d’impatto ogni scena del grande poema, quasi una rivisitazione grafica del racconto poetico. No, non è una edizione speciale per rinnovare la passione dantesca in occasione del 700° anniversario della morte del Divino Poeta: è l’edizione stampata a Venezia nel 1491, che figura ancor oggi tra i più rari e preziosi libri antichi della biblioteca dell’Accademia del Poggio.

 

Un libro che a tanti secoli di distanza lascia ammirati per la ricchezza grafica: ma che soprattutto ci offre una chiave di lettura insolita e di grande fascino per comprendere la fortuna della Commedia, e una pagina esemplare della storia del Rinascimento.

Storia di un’opera fortunata (ma non sempre)

 

L’opera dantesca divenne fin da subito quello che oggi diremmo un best-seller: certamente nelle dimensioni della circolazione libraria del tempo, fatta di copie manoscritte, che però si conservano in un numero considerevole già a pochi anni dalla morte dell’autore.

Molto più tardi, dopo l’invenzione della stampa, la Commedia conobbe la sua prima edizione (l’editio princeps, come usano dire gli studiosi) nel 1472, ma non a Firenze, bensì in una stamperia di Foligno, il che potrebbe sembrare strano. La ragione di questo ritardo non va cercata tanto nella sfortuna politica del Dante, morto lontano dalla sua città dopo aver lanciato contro i suoi cittadini strali memorabili, e certo difficili da cancellare.

 

Il fatto è che se nel Trecento Dante era diventato un autore molto letto e venerato, nella stagione dei grandi umanisti del primo Quattrocento la sua opera veniva guardata con più freddezza, e anzi al tempo di Leonardo Bruni e di Poggio Bracciolini era emersa persino qualche voce critica nei confronti del Divino Poeta. Nessuno dubitava del valore eccelso dell’autore, beninteso, ma il fatto che per la sua opera più memorabile Dante avesse scelto la lingua volgare, e non il più illustre latino, era un difetto difficile da accettare per una generazione che guardava alla cultura e alla lingua del mondo classico come a un inarrivabile modello di perfezione.

Un ‘Dante’ mediceo?

 

A riconciliare definitivamente Dante con la sua città ci pensarono i Medici, e soprattutto Lorenzo il Magnifico: fu nell’ambiente mediceo infatti che crebbe un uomo di lettere molto influente al suo tempo, Cristoforo Landino.

Landino insegnò a lungo retorica, come dire l’insieme delle discipline del buon parlare, nell’università fiorentina, dove dedicò le sue fatiche letterarie non solo ai grandi classici dell’antichità, ma anche agli autori illustri che avevano usato il volgare, riservando ad esempio un corso al Canzoniere di Petrarca. Fino ad allora l’insegnamento accademico era stato riservato alle opere dell’antichità, le uniche ritenute veramente degne della cultura ‘alta’: le opere in volgare si erano considerate come meno degne, adatte alla lettura dei ‘non addetti ai lavori’, a una sorta di letteratura di second’ordine.

 

Quella di Landino insomma era una vera sfida intellettuale. A cui non mancava un risvolto politico: per Lorenzo mettere sotto la sua protezione la tradizione della lingua volgare fiorentina era un modo per presentarsi come vero interprete dell’identità linguistica cittadina, e quindi per accreditarsi, agli occhi dei concittadini, come a quelli degli Stati suoi contemporanei, quale naturale guida per la Firenze del suo tempo. A questo stesso obiettivo rispondevano le lezioni pubbliche sulla Divina Commedia che Landino tenne per vari anni, rinnovando una iniziativa che era nata con Giovanni Boccaccio un secolo prima.

Un tesoro librario

 

Fu dunque in questo contesto che non solo la Commedia venne di nuovo stampata, questa volta proprio a Firenze, nel 1481, ma lo stesso Landino lavorò ad un vasto commento che avrebbe corredato il testo dantesco di note e spiegazioni. All’impresa collaborarono alcune delle menti più illustri di quegli anni: un altro grande intellettuale vicinissimo a casa Medici, Marsilio Ficino, si appassionò alla Commedia e in particolare a tutta la sua maestosa costruzione cosmologica: ciò che oggi ci lascia ammirati per la ricchezza poetica, Ficino lo leggeva come una grande enciclopedia del sapere filosofico. E proprio in quell’occasione un artista molto sensibile ai temi spirituali, il Botticelli, riservava all’ideale illustrazione della Commedia alcuni disegni memorabili.

 

L’edizione del 1491, stampata questa volta a Venezia, è la testimonianza più riuscita e più diffusa di questa nuova stagione di grandissima fortuna della Commedia. Il rigore e l’autorevolezza del commento di Landino, insieme allo splendore decorativo del volume, erano la testimonianza migliore per un autore che ormai poteva essere presentato a pieno titolo come un orgoglio di Firenze e dei suoi magnifici governanti.