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Accademia Valdarnese del Poggio

“Dalla Svezia al Mediterraneo islamico… passando per l’Accademia”

Storia rocambolesca di una passione e di un libro straordinario

 

di Lorenzo Tanzini, Presidente dell’Accademia Valdarnese del Poggio

 

 

Una biblioteca non è solo un luogo dove si conservano libri: è soprattutto un ambiente in cui è possibile navigare nel tempo e nello spazio. Quando poi si tratta di biblioteche storiche come quella dell’Accademia del Poggio, queste possibilità si moltiplicano senza limiti, e a volte i viaggi che possiamo compiere sono davvero esotici. Uno di questi prende avvio da uno smilzo fascicolo del 1834, che si conserva tra le Miscellanee dell’Accademia con una nota di dedica manoscritta dell’Autore, “all’Illustre Accademia del Poggio”, e con un titolo che parla di terre lontane: “Notizia intorno alla famosa opera istorica d’Ibnu Khaldùn filosofo affricano del secolo XIV”.

Esotico è però già solo il nome dell’autore, Jacob Gråberg di Hemsö. Malgrado usasse scrivere in italiano, si trattava di uno studioso svedese (o più precisamente ‘svezzese’, come lui stesso scriveva usando una parola da toscano ottocentesco) che però da tempo si era stabilito a Firenze, e con l’Accademia aveva rapporti di grande amicizia.

Tra libri e avventure in mare

 

La storia del Gråberg di Hemso era iniziata molti decenni prima: giovane scandinavo (era nato nel 1776) con la passione per il mare, si era imbarcato nelle navi inglesi che solcavano i Mari del Nord, per poi approdare al più fascinoso Mediterraneo. Aveva iniziato così a lavorare a Marsiglia e poi presso il consolato del regno di Svezia a Genova. Nella città della lanterna aveva cominciato a coltivare le sue passioni, che erano molto diverse: la statistica, quindi lo studio sistematico delle serie numeriche che nella pratica commerciale erano pane quotidiano, e poi le lingue straniere, per le quali le mille voci che risuonavano nelle vie chiassose della metropoli portuale offrivano un banco di prova incomparabile.

 

Quello che affascinava di più il Gråberg era però l’altra sponda del Mediterraneo, quella meridionale, dove risuonava l’arabo, la porta d’accesso al mondo affascinante delle civiltà islamiche. Ottenne così di diventare console a Tangeri, in Marocco. Qui, appresa la lingua, divenne un frequentatore abituale dei più esperti intellettuali e religiosi del tempo, alla ricerca dei tesori manoscritti della millenaria cultura islamica. Tra tutto, quello che lo attrasse di più era l’opera di un grandissimo intellettuale tunisino, Ibn Khaldun, vissuto tra il Tre e il Quattrocento. Se le loro terre d’origine erano lontanissime, il Gråberg e Ibn Khaldun erano accomunati dalla passione per lo studio, i viaggi e le scoperte. Anche Ibn Khaldun aveva attraversato il Mediterraneo, vissuto in Egitto e in Siria, conosciuto il leggendario Tamerlano e scavato nelle dimenticate biblioteche mediorientali.  Di tutto questo patrimonio di letture aveva tratto una grande opera filosofica, intitolata pressappoco Introduzione allo studio della storia: una sorta di guida per chi volesse intraprendere lo studio della storia, alla ricerca dei principi generali delle vicende delle civiltà umane, e soprattutto al riparo dalle finzioni e dalle falsità con cui gli scrittori rivestono spesso il racconto del passato.

A caccia di manoscritti

 

Il Gråberg, che conosceva a grandi linee l’opera di Ibn Khaldun, ne cercò disperatamente i manoscritti, perché nessuno in Occidente aveva mai potuto leggerli per intero. Ci era quasi riuscito, tra l’amicizia e qualche bustarella ai maestri delle moschee marocchine, ma tutto il suo lavoro andò all’aria quando fu cacciato dal Marocco. Riparato a Tripoli in Libia, ripartì con le ricerche, e questa volta fu in grado di trovare un nuovo manoscritto di Ibn Khaldun, di copiarlo per intero e di iniziare a studiarlo. Ma la sfortuna lo perseguitava: nel viaggio di ritorno verso Livorno le casse in cui aveva trasportato il suo prezioso carico vennero allagate, e proprio i libri con le trascrizioni dall’arabo andarono in gran parte perduti. Graberg non riuscì mai a recuperare il manoscritto originale, che nel frattempo il suo contatto libico aveva passato sottobanco ad un altro studioso francese suo concorrente. Deluso, il Gråberg volle però diffondere per quanto possibile quello che aveva letto, e dedicò varie pubblicazioni a disvelare ai lettori occidentali i tesori del pensiero di Ibn Khaldun: uno dei più grandi intellettuali di tutta la storia islamica, un pensatore a metà strada tra Machiavelli e Hegel, oggi studiato in tutto il mondo.

 

 

Ritorno in Toscana

 

Ormai stabilito a Firenze, dove le sue capacità di studioso e di uomo di cultura attrassero anche l’attenzione delle autorità granducali, il Gråberg poté coltivare le sue amicizie con il meglio della cultura toscana e mettere a frutto le sue ricerche. Della miriade di scritti che pubblicò colpisce la varietà straordinaria e la curiosità insaziabile di un uomo che si appassionava con la stessa serietà e rigore allo studio della statistica, di cui è considerato tra i fondatori, alla raccolta dei racconti della mitologia nordica e alla lettura dei trattati in arabo sulla geografia del Maghreb.

Quando morì nel 1847 era ormai un nome noto della cultura fiorentina, e le sue spoglie furono accolte nientemeno che in Santa Croce (Gråberg, malgrado le origini, era un fervente cattolico), mentre una parte della sua biblioteca, soprattutto i manoscritti antichi in arabo, erano donati alla Biblioteca Palatina, oggi Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Gli studi su Ibn Khaldun li aveva condensati nel breve scritto del 1834, ma il lavoro di analisi che continuò a lungo, fino ad una seconda edizione del 1846, anche questa conservata nella biblioteca Poggiana. Il fascicolo donato all’Accademia nel 1838 non era così solo il segno di amicizia del grande studioso svedese con la nostra istituzione valdarnese, ma anche una testimonianza di un legame che unisce popoli e lingue, uomini e opere di culture diverse nel tempo e nello spazio della grande storia del Mediterraneo.