Perché un Museo si occupa di progetti sociali

Qualche riflessione, dopo alcuni anni passati a costruire legami tra il patrimonio che custodiamo e persone che raramente varcano la soglia di un museo

Mi capita a volte, quando racconto il mio lavoro a chi non è del settore, di vedere comparire una piccola esitazione mascherata da curiosità sul volto di chi ascolta. Lavoro in un museo, ma mi occupo di progetti sociali. Le due cose, nell’immaginario di molti, non vanno insieme. Il museo è il luogo delle collezioni, dell’esposizione, della conservazione. Il sociale è un altro mondo, con altri operatori, altre istituzioni, altri linguaggi.
Quell’esitazione mi è utile, perché mi ricorda ogni volta che la scelta di un museo di dedicarsi a progetti sociali non è scontata, e merita di essere spiegata. Non come giustificazione difensiva, ma come riflessione su cosa un museo può essere, oggi, oltre a cosa è sempre stato.

Un Museo dentro un'Associazione

C’è un dato che vale la pena chiarire subito, perché cambia la prospettiva da cui guardo al mio lavoro. L’Accademia Valdarnese del Poggio, che del Museo Paleontologico è il soggetto gestore, è un’Associazione di Promozione Sociale. Non siamo un museo civico, non siamo un ente pubblico. Siamo un’associazione che dal 1805 promuove la crescita culturale e sociale della propria comunità, e che tra le molte attività ha anche quella di custodire e rendere accessibile un importante patrimonio paleontologico.
Questa distinzione non è una formalità giuridica. È una lente che cambia il modo di leggere tutto il resto. Per un museo pubblico, occuparsi di progetti sociali può essere una scelta aggiuntiva rispetto al proprio mandato. Per un museo gestito da un’APS, la dimensione sociale non è un’aggiunta: è già dentro il nome dell’ente che lo conserva. Non facciamo progetti sociali nonostante siamo un museo. Li facciamo perché siamo un’associazione che ha scelto, tra le altre cose, di prendersi cura di un museo.
È da questa posizione che provo a rispondere alla domanda che apre queste righe.

La domanda che mi pongo ancora

Dopo alcuni anni di lavoro in questa direzione, continuo a chiedermi perché un museo, soprattutto un museo scientifico come il nostro, dovrebbe dedicare tempo, personale e risorse a progetti rivolti a persone che statisticamente non sono tra i suoi visitatori abituali.
La risposta facile sarebbe: perché rientra nella nostra missione associativa, fine. È una risposta vera ma non sufficiente, perché il richiamo alla missione da solo raramente produce progetti di qualità. Produce, nella migliore delle ipotesi, adempimenti.
La risposta più interessante, per me, è un’altra. E riguarda il museo prima ancora che i suoi destinatari.

Cosa ho imparato restando a guardare

Quando apriamo le nostre sale e i nostri depositi a gruppi che non corrispondono al visitatore tipo, succede qualcosa che ho imparato a riconoscere: la collezione si mette a parlare in modi inattesi.
Un reperto fossile osservato da un bambino di otto anni non è lo stesso reperto osservato da uno studioso. Non perché il bambino ne colga meno, ma perché ne coglie altro. Un adulto con disabilità cognitiva che manipola una riproduzione mette in circolo domande che nessun percorso didattico aveva previsto. Una persona arrivata da poco in Italia che riconosce, in una vetrina, un oggetto simile a qualcosa della propria terra, trasforma quella vetrina per qualche minuto in uno strumento di connessione tra mondi. Una persona inserita in un percorso lavorativo protetto che aiuta a sistemare materiali di proprietà dell’Accademia acquista, nel tempo, una familiarità con gli oggetti che a volte supera quella dei visitatori occasionali.
Questi incontri non sono “accessi facilitati” al patrimonio. Sono modi diversi di interrogarlo, e ognuno di essi rivela qualcosa che le domande abituali non facevano emergere. Io lo vedo chiaramente, tornando a leggere gli oggetti dopo un laboratorio: non sono cambiati gli oggetti, è cambiato ciò che so leggervi dentro. E quello che imparo da un gruppo, poi lo porto a un altro, e così via. Ogni progetto aggiunge uno strato al modo in cui guardiamo le nostre collezioni.
È un guadagno conoscitivo, prima ancora che sociale. E tocca direttamente la missione scientifica del museo, non solo la sua vocazione associativa.

Cosa è un Museo

C’è poi un secondo livello, più difficile da nominare ma altrettanto concreto. Riguarda l’identità dell’istituzione.
Un museo vive una tensione interna particolare tra due esigenze. Da un lato quella scientifica e conservativa, che richiede rigore, competenza specialistica, una certa distanza dalla contingenza. Dall’altro quella associativa e comunitaria, che richiede apertura, ascolto, capacità di rendersi utili in forme che non sempre coincidono con la catalogazione e l’esposizione.
Le due esigenze non sono alternative, ma tenerle insieme in equilibrio è un esercizio quotidiano. Un museo-associazione che si limita al rigore scientifico rischia di dimenticare perché è stato fondato. Un museo-associazione che si limita alla dimensione sociale rischia di perdere la qualità scientifica senza la quale la sua azione culturale si impoverisce.
I progetti sociali, quando sono pensati bene, tengono insieme i due poli. Chiedono di usare davvero la competenza scientifica — perché solo chi conosce a fondo una collezione sa come renderla significativa per un bambino, per un adulto fragile, per una persona che arriva da un contesto culturale diverso. E allo stesso tempo chiedono di uscire dal linguaggio abituale, di trovare forme nuove di mediazione, di mettere in gioco la propria autorevolezza per costruire relazioni.
Un museo che fa bene progetti sociali non è un museo che rinuncia a essere museo. È un museo che diventa più pienamente quello che era chiamato a essere.

Perché è così importante

C’è un ultimo aspetto di cui si parla poco, e che riguarda chi questi progetti li porta avanti.
Il lavoro culturale, nella sua dimensione ordinaria, rischia la ripetizione. È una ripetizione onorevole — ogni volta è la prima volta per qualcuno — ma che nel tempo può affievolire il senso di cosa si sta facendo. I progetti sociali interrompono questa ripetizione. Portano dentro le sale domande che non si sarebbero presentate altrimenti, gesti imprevisti, relazioni che richiedono attenzione vera.
Non sono progetti facili. Sono spesso faticosi, richiedono tempo, pongono problemi organizzativi, relazionali, a volte etici, che i progetti espositivi tradizionali non pongono. Ma restituiscono al lavoro museale una qualità che altri contesti non offrono: la sensazione concreta che quello che facciamo abbia un peso nella vita di qualcuno. È una motivazione di cui non si parla ma che, confrontandomi con chi fa questo lavoro nel mio museo e in altri, riconosco come il vero motivo per cui si resiste nel tempo.

Una direzione, non un programma

Per tutte queste ragioni, credo che un museo che si dedica a progetti sociali non stia aggiungendo un’attività collaterale alla propria programmazione. Stia facendo una scelta di identità — o meglio, per un museo come il nostro, stia confermando un’identità che già era scritta nella natura associativa che lo sostiene.
Sta dicendo che il patrimonio custodito non appartiene in senso proprietario a chi lo conserva, ma gli è stato affidato perché qualcuno ne possa godere — e che questo qualcuno non può essere limitato a chi già sa cosa cercare in un museo. Sta dicendo che la propria competenza scientifica è una risorsa per la comunità, e che una risorsa si misura per quanto circola, non per quanto viene trattenuta.
Nel lavoro che faccio in Accademia questa direzione ha preso forma in esperienze diverse: laboratori con le scuole, percorsi con centri diurni, inserimenti lavorativi, collaborazioni con associazioni di cittadini migranti, attività dedicate a bambini e ragazzi nello spettro autistico. Ogni esperienza ha la sua storia, i suoi interlocutori, le sue difficoltà. Ma in tutte, rileggendole insieme, riconosco lo stesso filo: l’idea che un museo serva davvero la propria collezione solo se sa metterla al servizio di qualcun altro.
Non è una scelta semplice, e non è mai conclusa. È una direzione di lavoro, che chi fa il mio mestiere è chiamato a rinnovare ogni anno, ogni progetto, ogni incontro.

Paola Piani

Paola Piani

Educatrice museale e servizi di segreteria

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