Lo Scudo Blu sul complesso di San Lodovico

Lo scorso 16 maggio, per iniziativa del Comune di Montevarchi e della Croce Rossa Italiana, è stato affisso lo Scudo Blu sul complesso monumentale dell’ex convento di San Lodovico, edificio che nella sua lunga storia è sempre stato un elemento contraddistintivo per la comunità di Montevarchi. Fondato nel 1327 come Convento francescano dedicato a San Ludovico di Tolosa, venne chiuso nell’ambito delle soppressioni dei conventi dell’epoca napoleonica e destinato al Comune di Montevarchi che ne cedette una porzione all’Accademia Valdarnese del Poggio che proprio in questi locali nel 1829 ha aperto al pubblico il Museo Paleontologico. L’evento rientrava nella Campagna per la Protezione dei Beni Culturali lanciata dalla Croce Rossa Italiana e dall’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), con l’obiettivo di sensibilizzare le persone circa l’importanza della memoria e della storia nelle loro forme tangibili come appunto i monumenti o gli edifici storici. Si è trattato della prima apposizione dello Scudo Blu operata in provincia di Arezzo. Nella prima parte dell’evento si è tenuta una conferenza nella Sala Grande dell’Accademia Valdarnese del Poggio sulla tutela del patrimonio culturale, con una particolare attenzione ai contesti bellici, che, purtroppo, rappresentano una situazione di grande e drammatica attualità.

Ma di che cosa si tratta? Lo Scudo Blu è un simbolo che risale alla Convenzione dell’Aja siglata il 14 maggio 1954, poi implementata da un Regolamento e da un Protocollo Aggiuntivo, al quale nel marzo del 1999, il 26 per la precisione, se ne sarebbe aggiunto un Secondo. Tale convenzione prendeva le mosse dalla constatazione che i due conflitti mondiali avevano arrecato danni gravi, spesso irreparabili, ai beni culturali. Già durante la Prima guerra mondiale, infatti, nelle zone interessate dal passaggio delle truppe e dal fronte della guerra di trincea si erano verificate distruzioni e danneggiamenti. Basti pensare alle rovine fumanti della grande Biblioteca dell’Università Cattolica di Lovanio, deliberatamente incendiata dalle truppe tedesche. Nel rogo finirono bruciati i circa 300 mila libri e i preziosi manoscritti che essa conservava. Ma fu l’intera città ad essere devastata. Si può poi ricordare il bombardamento che danneggiò gravemente la cattedrale di Reims, dove tradizionalmente si teneva la cerimonia di consacrazione dei re di Francia, l’ultima si ebbe nel 1825 per Carlo X. Per non parlare poi dei danni lungo il fronte italo-austriaco dove una miriade di opere d’arte subirono danneggiamenti o vennero spostate per evitare il peggio. Tra le personalità impegnate in queste operazioni si distinse Ugo Ojetti.
La Seconda guerra mondiale ebbe effetti ben più vasti. Lo sviluppo dell’arma aerea, la grande mobilità dei fronti, la guerra ai civili e le rappresaglie provocarono distruzione e rovina anche dal punto di vista dei beni culturali. Intere città, come Dresda, vennero rase al suolo dai bombardamenti. Per fare degli esempi più vicini a noi basta pensare ai ponti di Firenze: nella notte tra il 3 e il 4 agosto del 1944 per ostacolare l’avanzata Alleata i tedeschi, intenti a consolidare la Linea Gotica, fecero saltare in aria il Ponte alle Grazie, il Ponte Santa Trinita, il Ponte alla Carraia, il Ponte San Niccolò e quello alla Vittoria. Al loro posto rimase un ammasso di macerie nell’Arno. Risparmiarono solo il Ponte Vecchio, ma distrussero tutte le strade dei dintorni, devastando il cuore antico della città. Ma se vogliamo restare a un episodio del Valdarno possiamo ricordare, sempre ad opera delle truppe tedesche in ritirata, la distruzione delle antiche porte e dei palazzi sulla via centrale di Terranuova Bracciolini nella notte tra il 21 e il 22 luglio 1944. Anche i beni culturali, dunque, furono vittime di guerra e non solo nei conflitti mondiali brevemente richiamati, ma anche nelle varie campagne coloniali. Non a caso nell’ambito della fondazione dell’ONU, nel 1945, è stata creata anche l’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

Fu da queste vicende di distruzione bellica che nel 1954 si sentì il bisogno di fissare in una convenzione internazionale, quella dell’Aja appunto, l’importanza della difesa dei beni culturali, ponendo però l’accento su un aspetto importantissimo, cioè che ogni offesa a questi beni non colpiva solo il popolo o lo stato a cui questi appartenevano, bensì l’umanità intera. I beni culturali, infatti, appartengono a tutti poiché, come recita la convenzione, «ogni popolo contribuisce alla cultura mondiale». Di qui il dovere di proteggerli e salvaguardarli. Come segno distintivo per facilitarne l’identificazione, la Convenzione adottò proprio lo Scudo Blu, lo stesso che è stato affisso sul complesso monumentale dell’ex Convento di San Lodovico.
Al di là degli obblighi che la Convenzione dell’Aja impone ai contraenti circa la protezione e la salvaguardia dei beni culturali riconosciuti dal segno distintivo in caso di conflitto armato, lo Scudo Blu rappresenta un simbolo dell’importanza delle testimonianze, in questo caso materiali, che hanno un rilevante valore storico artistico, come l’ex Convento di San Lodovico. I beni culturali, infatti, rappresentano una testimonianza fondamentale dell’umanità e appartengono a tutte e a tutti. Sono luoghi vivi, in cui all’interno della storia si continua ancora oggi in molti casi a fare cultura, tessendo un filo di memoria che speriamo non si interrompa mai. Per questa ragione come Accademia Valdarnese del Poggio siamo stati onorati di partecipare a questo importante momento di riflessione conclusosi proprio con l’apposizione dello Scudo Blu sul complesso monumentale dell’ex Convento di San Lodovico.

Christian Satto

Christian Satto

Presidente dell'Accademia Valdarnese del Poggio

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