Un territorio e i suoi misteri: dalle collezioni alla scienza

Colline che si mutano in scoscese pareti di sabbia, giacimenti di materiali bizzarri, conchiglie che affiorano dai campi coltivati, addirittura frammenti di animali misteriosi che nessuno ha mai visto vivi in mezzo alle campagne: il Valdarno superiore è un territorio ricco di sorprese, che fin dai secoli più lontani ha suscitato la curiosità degli studiosi. Primo fra tutti Leonardo da Vinci, che fu incuriosito dai fossili e forse disegnò le particolarità del paesaggio valdarnese, collegando giustamente l’origine delle Balze ai fenomeni di erosione e alla storia dei bacini idrografici.

Il difficile era spiegare da dove venissero tutti quei misteri: le leggende popolari parlavano di mostri o di fenomeni al limite della magia, e non era raro incontrare in certe residenze di campagna monumentali resti fossili esibiti come stranezze e curiosità. Col tempo però, soprattutto a partire dal Settecento, un insieme di cultura e spirito di osservazione mutò la curiosità in oggetto di scienza. La Toscana era l’ambiente culturale giusto, perché fu proprio qui che lo studio del paesaggio e l’attenzione ai fossili giunse per la prima volta ad un profilo davvero scientifico: nella Toscana dei granduchi visse in particolare Niels Stensen (1638-1686), studioso danese divenuto sacerdote cattolico e noto come Stenone.

Stenone dedicò i suoi studi alla geologia, ambito nel quale è considerato fondatore della stratigrafia e quindi dello studio della storia della terra, ma anche della zoologia e dell’anatomia. La ricerca sulle caratteristiche morfologiche delle ossa degli animali portava Stenone a riconoscere nei frammenti fossili – celebri i suoi denti di squalo – porzioni anatomiche di esseri viventi non più esistenti, e quindi testimonianze di un mondo animale profondamente diverso dal nostro.

Nel contesto del Valdarno questo approccio allo studio delle ‘curiosità’ venne interpretato da alcuni intellettuali, che univano la vocazione religiosa a quella dello studio scientifico. Non è un caso che il primo nucleo della collezione di quello che è oggi il Museo Paleontologico sia giunto attraverso la donazione di Luigi Mulinari, un monaco vallombrosano cultore di ricerche del genere. Mulinari aveva raccolto per anni quegli oggetti così strani, intuendo una storia misteriosa ma che meritava uno studio approfondito. Qualcosa del genere stava accadendo anche per i misteriosi fenomeni naturali, come i fuochi che si accendevano spontaneamente o le esalazioni che uccidevano gli animali in alcune località del Valdarno fiorentino: ad esempio il famoso Vulcano di Gaville, al quale il religioso-scienziato Guglielmo della Valle dedicò uno studio a stampa nel 1780.

Al di là delle leggende, si cominciava a comprendere l’origine dell’immenso giacimento di vegetali fossili che segnava la particolarità più originale del Valdarno, e che col tempo ne avrebbe costituito anche una grande risorsa economica.

Queste prime esperienze di studio si accompagnarono nel corso del ‘700 ad una stagione di grandissimo interesse per il territorio. Il Settecento è un periodo di viaggiescursionispedizioni che mettevano grandi studiosi a contatto con la realtà materiale dello spazio e del paesaggio. La Toscana fu anche da questo punto di vista all’avanguardia, e fra i vari titoli si ricordano in particolare i Viaggi di Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783), cultore di molte discipline diverse, che raccolse in una serie di volumi le esperienze dei suoi instancabili viaggi attraverso tutti gli angoli della regione.

Il Valdarno, con il quale Targioni Tozzetti aveva anche legami familiari, è uno spazio molto presente nei suoi viaggi. E anche in questo caso Targioni Tozzetti dedicava grande spazio alle particolarità geologiche e ai fossili valdarnesi, in particolare i famosi elefanti fossili emersi qua e là nelle campagne valdarnesi. Erano forse i resti degli elefanti di Annibale di passaggio? O forse specie animali sconosciute? La conoscenza diretta del territorio era un primo passo verso la scoperta di un tempo lontanissimo e di una terra molto diversa dalla nostra.

L'Accademia

E così, proprio al cuore di questo primo periodo di ricerche sui fossili valdarnesi, giunse l’apertura del Museo Paleontologico nel 1829: un momento felice, nel quale in tutta Europa la paleontologia cominciava a muovere i suoi primi passi. In particolare per merito di quello che è universalmente considerato l’iniziatore della disciplina, Georges Cuvier. Pur non potendo contare sulle basi teoriche della genetica e dell’evoluzionismo, che arriveranno molti decenni più tardi, Cuvier si rese conto del fatto che la Terra e i suoi abitanti erano profondamente cambiati nel corso della loro lunghissima storia, e quindi i reperti fossili potevano essere studiati come testimoni di questi cambiamenti.

Nei suoi viaggi in Europa alla ricerca di esempi fossili Cuvier arrivò anche in Valdarno, dove poté visitare la collezione di fossili dell’Accademia, prima ancora che fosse aperta al pubblico. L’interesse del grande studioso per i fossili valdarnesi è ancor oggi celebrato nella lapide conservata in una delle sale del Museo.

Con la nascita delle “Memorie Valdarnesi” le ricerche sui fossili dei membri dell’Accademia trovarono anche una diffusione a stampa: tra i primi numeri si contano un inventario della collezione e alcuni approfondimenti specifici di esperti del settore.

Colleghi e corrispondenti dell’Accademia cominciarono a collaborare inviando le proprie pubblicazioni in uno scambio di esperienze e interessi sempre più intenso.

In particolare due studiosi rappresentarono la fortuna italiana dei fossili valdarnesi: Giovanbattista Brocchi e Filippo Nesti, entrambi membri dell’Accademia fino dal 1811, ebbero incarichi importanti nell’Università e nell’amministrazione pubblica della Restaurazione, e lasciarono volumi di ricerca ben noti negli ambienti scientifici internazionali.

Il Valdarno cominciava ad essere un oggetto di studio per la scienza europea.

Lorenzo Tanzini

Lorenzo Tanzini

Presidente dell'Accademia Valdarnese del Poggio

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