Il mistero svelato del ritratto di Poggio Bracciolini

La riscoperta di una pittrice alle origini dell'Accademia

L’immagine che colpisce chiunque salga al primo piano dell’Accademia, per ascoltare una conferenza o per avviare il percorso del Museo, è quella suggestiva e solenne degli scaffali della Sala Grande: a quello spazio così prezioso si viene introdotti dallo sguardo severo del suo nume tutelare, proprio quel Poggio Bracciolini a cui l’Accademia si ispira, e che ci guarda dal ritratto posto proprio all’ingresso della Sala. Si potrebbe dire che insieme a quelli di tanti personaggi illustri che ornano la Sala (Dante Alighieri, Isidoro del Lungo, Pietro Guerri) il ritratto di Poggio nella tela sull’ingresso sia idealmente il custode del cuore simbolico dell’Accademia. È davvero un paradosso che proprio quell’immagine sia rimasta per secoli quasi senza storia, perché tutti l’hanno vista ma limitandosi a leggere solo la scarna indicazione di attribuzione ad un ‘anonimo del XIX secolo’.

Questo finché pochi mesi fa le ricerche storiche e l’intuito di Carlo Fabbri, il direttore delle pubblicazioni dell’Accademia, hanno finalmente svelato il nome dell’autore del dipinto: anzi, l’autrice. Da un documento perduto e ritrovato, una lettera del segretario dell’Accademia Giovambattista Dami datata 31 marzo 1822, si apprende che a dipingere il ritratto e a farne dono alla sala era stata la pittrice cortonese Elisabetta Castellani, il cui nome può così tornare dopo duecento anni esatti a figurare accanto a quello di Poggio. Nella lettera di Dami, che Carlo Fabbri ha scoperto e pubblicato nell’ultimo volume delle ‘Memorie Valdarnesi’ appena pubblicato, il segretario si prodigava in lodi e ringraziamenti per l’autrice dell’opera: davvero la scelta del soggetto era tanto più gradita perché destinata proprio alla biblioteca, ovvero alla ‘nascente pubblica libreria annessa al Museo di Fossili’. Erano infatti gli anni in cui l’Accademia, nata da un quindicennio a Figline, stava perfezionando l’allestimento del Museo e di tutte le sue attività culturali nella sede di Montevarchi, mettendo a disposizione dei lettori anche la collezione di volumi raccolti dai suoi fondatori, nelle sale che fino a poco tempo prima erano state del convento di San Lodovico.

La scelta dell’autrice del ritratto era molto raffinata anche nel suo aspetto iconografico: il ritratto di Poggio è infatti costruito sullo schema dell’incisione riportata in un volume del 1769, la Serie dei ritratti degli uomini illustri toscani di Francesco Allegrini: insomma un’opera d’arte non estemporanea, ma meditata sulle fonti letterarie. D’altra parte Elisabetta Castellani, chiamata nella lettera Socia d’Onore del sodalizio valdarnese, era sicuramente donna di cultura sensibile all’impresa della nascente Accademia. Dalla sua Cortona, dove l’Accademia Etrusca era nata già da quasi un secolo, aveva già avuto rapporti di amicizia con alcuni intellettuali familiari al Valdarno: in particolare Francesco Benedetti, un poeta cortonese amico dei fondatori dell’Accademia, con i quali condivideva l’amore delle lettere e il sogno di una patria italiana libera e unita. A lui la Castellani dedicò probabilmente un bel ritratto ancor oggi conservato, e dal poeta la pittrice ricevette la dedica di un sonetto: uno dei pochi che poté comporre nella sua breve vita prima di suicidarsi, in fuga dalla polizia granducale per le sue idee patriottiche, nel 1821.

Ma c’è di più. Nell’analizzare la lettera appena scoperta, Carlo Fabbri ha osservato che il segretario del 1822 aggiungeva ai ringraziamenti e alle lodi per la pittrice una velata proposta: nel rendere noto il suo dono infatti l’autrice “con La più generosa, e modesta maniera Ella fa sperare all’Accademia che non sarà l’ultimo”. Vi furono così altri dipinti dell’artista cortonese all’Accademia? A questo punto gli occhi dello studioso si sono sollevati dalle carte tra gli scaffali della Sala Grande, per osservare che tra le pareti e il ballatoio di ritratti su tela ce ne sono altri, almeno quattro, che mostrano tratti stilistici abbastanza vicini a quello di Poggio: due sono figure molto note, Marsilio Ficino e Benedetto Varchi, due un po’ meno, cioè i due uomini di Chiesa di origini valdarnesi, Jacopo Nacchianti vescovo di Chioggia al tempo del Concilio di Trento e fra Bartolomeo da Montevarchi, benemerito per il suo impegno come medico negli anni della peste del 1630. Di Ficino e Varchi il ritratto era presente anche nella Serie dei ritratti del 1769 – il modello della Castellani – e ad un rapido confronto è facile verificare che anche in questo caso la mano che li dipinse si ispirò al volume settecentesco. Prende così corpo quella che forse è un po’ più di un’ipotesi: la pittrice onorò davvero quella generosa offerta di nuove donazioni, realizzando non uno, ma un breve ciclo di dipinti per l’Accademia, per i quali scelse di onorare alcune delle più note illustre glorie valdarnesi per ornare la sala della nuovissima Biblioteca? L’idea sarebbe stata in effetti molto adatta per una istituzione che voleva giusto comprendere in un unico spazio il passato illustre del territorio in cui era nata. La ricerca, come sempre, non finisce mai, e probabilmente torneremo a raccontare gli studi e le scoperte di Carlo Fabbri: fin d’ora però possiamo esser certi che nelle pareti della Sala Grande il gusto e la sensibilità che accoglie il visitatore è proprio quello dell’arte di questa donna pittrice di due secoli fa.
Lorenzo Tanzini

Lorenzo Tanzini

Presidente dell'Accademia Valdarnese del Poggio

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